Intelligenza visiva

 

Le parole e il linguaggio non sembrano avere alcun ruolo nel mio meccanismo di pensiero. Casomai, il mio pensiero consiste di immagini

Einstein

 

  • Parole chiave: sentire, pensare, immaginare, visualizzare, dire sì, emozionarsi, autocorreggersi, respirare, ascoltare.
  • la ragione procede pietrificando le cose nei concetti e nelle idee. L’immaginazione è viva, perché si muove nella tensione che oppone cosa e non cosa, essere e non essere, vita e morte, presente e passato.” Franco Rella

 

L’intelligenza visiva è la capacità che l’essere umano ha di pensare per immagini. L’Intelligenza visiva comprende diverse abilità specifiche che vengono definite capacità di visualizzazione. Si possono infatti visualizzare diverse esperienze relative ad uno o più canali sensoriali (vista, tatto, udito, olfatto, gusto, propriocettività e cenestesia. Di conseguenza esistono capacità di visualizzazione visiva, uditiva, olfattiva, gustativa, propriocettiva e cenestesica). Ogni individuo ha delle competenze diverse, migliori o peggiori in ognuna di queste diverse capacità. Individui con una buona padronanza della capacita di visualizzazione visiva non è detto che siano altrettanto abili nella visualizzazione uditiva o tattile.

Un pittore probabilmente possiederà un’ottima capacità di visualizzazione visiva, un musicista uditiva, un sommelier olfattiva e gustativa e un’atleta propriocettiva. Ogni individuo può utilizzare il proprio occhio della mente per pensare in base alle proprie attitudini e abitudini. L’occhio della mente e cioè quell’ abilità cognitiva legata all’immaginazione, visualizzazione e interpretazione di immagini.  Tramite questa abilità è possibile fare effettivamente esperienze di conoscenza del mondo in maniera più approfondita e con continuità nel tempo. Quando parlo di esperienza del mondo intendo anche del proprio mondo interno, e cioè questa abilità permette la formazione di un immagine mentale del proprio corpo (schema corporeo) che si muove e che esegue determinati gesti (schema motorio), il tutto in una continua dinamicità, fluidità e trasformazione. Infatti un’ immagine del proprio corpo non è per sempre, ma le innumerevoli attitudini dell’Intelligenza Visiva permettono un continuo rimodellamento e ristrutturazione.

Tutte le volte che si pensa al concetto di “pensiero”, si pensa al “pensiero attraverso il linguaggio” e cioè le parole. La Scuola, il mondo del lavoro e la cultura occidentale esaltano questo tipo di capacità e di interpretazione. Però la mente possiede altre importantissime capacità non strettamente legate al linguaggio, le quali sono molto spesso meno considerate e quindi meno “allenate” rispetto all’intelligenza verbale. Immagini, colori, suoni, sensazioni le più svariate possibili diventano la chiave di ingresso per apprendimenti quotidiani. Fin dai primi mesi di vita, attraverso la percezione,  il bambino piccolo può sperimentare queste sensazioni e immaginazione e visualizzazione sono i primi strumenti che utilizza per crearsi i primi apprendimenti. Tutto questo molto prima che l’aspetto verbale cominci a diventare guida e strumento di perfezionamento delle strutture intellettive. Ecco che nasce il concetto di “pensiero attraverso le immagini”.

Purtroppo la nostra cultura e il sistema scolastico occidentale hanno indirizzato l’apprendimento nella direzione di un’iperverbalizzazione e cioè siamo stimolati a pensare attraverso le parole piuttosto che attraverso le immagini. Ma il pensiero dall’inizio ha viaggiato tramite le immagini e poi tramite le parole. Questa è una forzatura che purtroppo ci limita assai nelle possibilità della nostra mente. La scuola tende ad uniformare l’apprendimento usando poco la sensorialità a discapito di un apprendimento sterile legato spesso solo alla pronuncia delle sillabe, alla ripetizione mnemonica di strofe, a conteggi privi di significato. Quindi questa abilità intellettiva è strettamente collegata alla “capacità di visualizzazione”: questo tipo di capacità può essere differenziata in funzione delle esperienze percettive, sensoriali e propriocettive che tenta di indagare e riprodurre.

Si possono infatti visualizzare esperienze legate ad un canale sensoriale unico, ma anche a più canali sensoriali nello stesso momento (vista, udito, tatto, gusto, olfatto). Oppure si possono visualizzare esperienze legate alla propriocezione, quindi legate a tutte le possibili esperienze interne che descrivono la posizione del corpo nello spazio e nel tempo e le possibili relazioni dei segmenti corporei all’interno di un’azione motoria o di un gesto sportivo. Si possono visualizzare anche esperienze legate alla cenestesi, e cioè alla sensazione globale del nostro sistema mente-corpo: quindi affluenze propriocettive enterocettive ed esterocettive confluiscono per produrre una percezione di stati psicofisici generali (benessere, malessere, tensione, rilassamento….) La mente del bambino può visualizzare suoni, colori, profumi e movimento delle cose, degli altri e di se stesso, perché la mente lavora soprattutto per immagini, le quali acquisiscono caratteristiche di permanenza nel tempo se sono collegate ad emozioni, nel bene e nel male. Molti traumi infantili che proseguono fino all’età adulta sono collegati ad episodi che si sono fissati nella mente come immagini colorate da emozioni altamente negative.  Nessun tipo di visualizzazione può essere lontana dal mondo delle emozioni. Numerosi autori, in primis lo psichiatra americano Damasio, hanno sottolineato questa stretta relazione tra le emozioni e le percezioni, le rappresentazioni mentali e quindi la coscienza. Nel libro “l’Errore di Cartesio” e poi in “Emozioni e Coscienza”, Damasio espone i suoi studi e le sue deduzioni riguardo ai casi di pazienti con lesioni dei lobi frontali del cervello. Questi soggetti hanno tutti un  denominatore comune e cioè l’incapacità di “dare un nome” al proprio sentire e quindi la non possibilità di identificare e classificare le proprie emozioni. Tutto ciò provoca in questi pazienti conseguenze tragiche. Questi soggetti erano totalmente impossibilitati a svolgere un’esistenza normale, in quanto privi della capacità di fare valutazione e trarre deduzioni dai propri vissuti e dalla realtà quotidiana. Quindi secondo Damasio il concetto di “Coscienza” non ha senso se staccato dall’universo dell’emozioni e soprattutto dalla capacità di lettura di queste ultime, e da qui è nata la sua nota teoria del “marcatore somatico”: cito l’autore riguardo il concetto di marcatore somatico “ rispetto ad un problema di qualsiasi tipo da risolvere, si immagini che, prima di applicare un qualsiasi tipo di analisi costi/benefici alle premesse, e prima di cominciare a ragionare verso la soluzione del problema, accada qualcosa di molto importante: quando viene alla mente, sia pure a lampi, l’esito negativo connesso ad una determinata opzione di risposta, si avverte una sensazione spiacevole alla bocca dello stomaco. Dato che ciò riguarda il corpo, ho definito il fenomeno con il termine tecnico di stato somatico; e dato che esso “contrassegna” un’immagine, l’ho chiamato marcatore. In breve i marcatori somatici sono esempi speciali di sentimenti generati a partire dalle emozioni. Quelle emozioni e sentimenti sono stati connessi, tramite l’apprendimento, a previsti esiti futuri di certi scenari. Quando un marcatore somatico negativo è giustapposto ad un particolare esito futuro, la combinazione funziona come un campanello d’allarme; quando invece interviene un marcatore positivo, esso diviene un segnalatore di incentivi.” E la neurologia moderna ha dimostrato che gli apprendimenti sono immagazzinati nella mente sotto forma di immagini.

Ecco quindi che l’universo delle emozioni diventa parte integrante di ogni tipo di vissuto e non si può pensare e tantomeno visualizzare  qualsiasi esperienza senza collegarla a tale dimensione. In seguito a questo concetto, ogni esperienza legata all’immaginazione e quindi alla visualizzazione diventerebbe asettica e sterile se non collegata a delle emozioni che dall’esperienza stessa scaturiscono e quindi alla loro interpretazione per giungere a dar senso, vitalità e consistenza a quel particolare vissuto.

Soggetti come gli alessitimici, con evidenti incapacità di dar voce e contenuto al proprio sentire, quasi sempre hanno notevoli difficoltà a giocare con  la fantasia e con l’immaginazione.

I bambini piccoli sono quasi sempre molto bravi a giocare con emozioni e fantasia. Per questo è importante già con i bambini di  4 – 5 anni iniziare a lavorare su questi aspetti ed iniziare ad allenare l’intelligenza visiva e la capacità di visualizzare realtà, oggetti, il proprio corpo fermo e che si muove…. I bambini sviluppano gli altri tipi di intelligenza praticando e “allenandosi”. Esempio sviluppano l’intelligenza musicale suonando uno strumento, opp. Sviluppano l’intelligenza matematica svolgendo operazioni. Ma la nostra cultura e la nostra scuola in particolare non si sono mai posti il problema di sviluppare, formare e allenare l’occhio della mente, e in seguito di creare un programma sistematico per imparare a conoscere ed interpretare le proprie sensazioni, percezioni ed emozioni in relazione alle proprie immagini mentali.

Molto spesso chiediamo ai nostri ragazzi di controllarsi di prendere consapevolezza e coscienza delle loro azioni. Dentro queste due parole, viene un po’ riassunto tutto il concetto. E cioè, si ha presa di coscienza se abbiamo in mente un’”immagine” chiara del nostro corpo, delle nostre percezioni, sensazioni, pensieri ed emozioni. Quindi continueremo a dare fiducia a Damasio che sta illustrando questa strada dove capacità di sentire e capacità di vedere ed interpretare le sensazioni percorrono un viaggio comune e nessuna delle due capacità può fare a meno dell’altra, pena la completa perdita della “presa di coscienza”.

Tutti quindi pensiamo anche e soprattutto per immagini, ma ci sarà chi riuscirà a visualizzare meglio delle immagini, o chi a visualizzare meglio dei suoni o chi a visualizzare le sensazioni del proprio corpo. Per l’educatore diviene fondamentale conoscere i canali preferenziali dell’allievo per poter meglio dirigere la comunicazione. I visualizzatori visivi preferiranno che gli venga mostrato il compito, i visualizzatori propriocettivi preferiscono fare  e sperimentare, i visualizzatori tattili, toccare e gli uditivi ascoltare una spiegazione. Comunicazione uguale con tutti? No diversa con tutti.

Come scientificamente è stato provato dal cosiddetto effetto Carpenter, esiste infatti un’analogia tra le aree della corteccia cerebrale che vengono attivate nel corso della reale esecuzione del gesto, della vista di un oggetto, e dell’ascolto di un suono e tra le aree corticali che mediano la visualizzazione del medesimo gesto, della visione del medesimo oggetto o dell’ascolto del medesimo suono. Semplicemente, le aree del cervello attivate quando facciamo, vediamo, ascoltiamo…. sono simili a quelle attivate immaginando di fare, vedere, ascoltare… quella cosa.

La possibilità di utilizzare le visualizzazioni polisensoriali per attivare aree corticali veramente impegnate in realtà nel movimento, nell’ascolto e nella visione, permette di migliorare e perfezionare qualsiasi abilità semplice o complessa. Per tali ragioni l’allenamento tramite le visualizzazioni polisensoriali può essere utilizzato con gli atleti in riabilitazione, poiché quello che non è ancora possibile fare materialmente con il corpo, può essere stimolato, allenato e perfezionato tramite il lavoro mentale e  quindi tramite le visualizzazioni che sono in grado di attivare e “allenare” determinate aree del cervello responsabili del gesto motorio effettivo nella realtà.

La ricerca in neurologia ha quindi messo in luce che il cervello umano utilizza le stesse vie nervose quando vede e quando immagina di vedere. La psicologia giuridica e la criminologia hanno approfondito grandemente questo tema. In alcuni casi è possibile che in alcuni soggetti emerga un passato diverso dalla realtà o ricordino delle cose mai accadute. Questi fenomeni vengono definiti “falsi ricordi”, nei quali i processi rielaborativi e ricostruttivi della memoria umana si mescolano alle dinamiche abilità dell’Intelligenza Visiva. L’equazione cerebrale “realtà vissuta = realtà immaginata ha un valore sia che le esperienze visualizzate siano positive, sia che siano negative. In quest’ ultimo caso può accadere che la capacità di visualizzazione può comportare una tendenza a riprodurre e perpetrare una realtà negativa e a volte spaventosa anche quando nel presente è già terminata da tempo. In tali casi vengono perpetrate anche le emozioni e le reazioni collegate con l’evento che mente e corpo avevano attivato e vissuto nell’accadimento reale. Inevitabilmente la capacità di visualizzazione si blocca su un’immagine passata ed il trauma rimane attuale, comportando flashback e alterazioni dell’arousal. Queste sono le caratteristiche dei cosiddetti “Disturbi Post Traumatici da Stress. Un episodio traumatico può risvegliare inaspettatamente numerose abilità dell’Intelligenza Visiva e può generare la tendenza a tenere vivi ricordi sotto forma di immagini negative. In questo modo, inconsciamente, una risorsa quale è l’intelligenza visiva, diventa il veicolo fondamentale per alimentare lo stress. Infatti (Stutman K., Bliss E. L., 1985), una capacità di visualizzazione sopra la norma è stata rilevata in individui con una serie di traumi, per esempio i reduci di guerra.

La mente umana è comunque piena di risorse e queste abilità di visualizzazione che hanno rinforzato il problema, diventano anche il mezzo per superarlo. Esistono diverse tecniche di “allenamento” che utilizzano capacità provenienti dell’intelligenza visiva che aiutano a migliorare questi aspetti. Ne cito alcune: Visualizzazioni guidate, Desensibilizzazione, Ipnosi…. Tutte queste tecniche risultano più utili delle tecniche verbali quali il colloquio, perché la componente linguistico-verbale gioca un ruolo secondario nella genesi del problema e diventa importante solo per guidare il soggetto nelle tecniche e dare valore e senso nuovo alle immagini ed agli eventi percepiti.

Nell’impossibilità di non immaginare e nell’impossibilità di insegnare al bambino con un trauma a non immaginare, il tentativo è quello di provare a scomporre i ponti e le associazioni che si sono create tra i vari campi di immaginazione (visiva, uditiva, sensoriale…). Queste associazioni normalmente si formano al momento del trauma o dell’evento negativo e rimangono incise nel vissuto del soggetto come una sorta di abilità acquisita.

Diversi bambini hanno diversi problemi con alcune fobie, a volte anche con piccole cose o realtà, ma che vanno ad impedire una esistenza tranquilla ed equilibrata. Oggetti fantastici, realtà terrificanti, ambiente paurosi ed angosce vengono visualizzati nella mente sempre associati ad un ben fornito bagaglio di emozioni, ed in tal modo è sempre possibile creare nella mente una realtà mai esistita a volte anche impossibile ad esistere che blocca il bambino nel suo agire. Ad esempio, la paura del buio o di alcuni animali o di alcuni contesti….scorrono come pellicole nella mente del bambino che vive la tal fobia, tanto da rendere reali le sue dimostrazioni di paura che sfociano sovente in fuga ed evitamento della situazione. In questi casi, l’educatore non è necessario che vada alla radice e cioè alla causa che ha scatenato la fobia e che solitamente la mente tende a rimuovere nel più naturale meccanismo di difesa, ma piuttosto, tramite le tecniche relative all’intelligenza visiva citate sopra, vada a scomporre le associazioni createsi tra scene ed emozioni, ed a facilitare la nascita di nuove immagini.

La capacità di immaginazione è in grado di produrre cambiamenti fisici simili a quelli che effettivamente potrebbero accadere in presenza di stimoli esterni  ed interni al corpo stesso, es. dolori muscolari, malesseri, infortuni….. Spesso nei bambini nel caso di problemi fisici, l’abilità negativa di immaginare un sintomo agisce automaticamente nel corpo dell’atleta, cosicché effettivamente il bambino percepisce realmente lo stimolo. Questa negativa ed incontrollabile “immaginazione cenestesica ed anche propriocettiva” è un meccanismo complicato ed inconscio legato a paure e vissuti passati. Le cause sono molto varie; infatti spesso dietro questi comportamenti sono celati dei meccanismi di fuga ed evitamento del compito o del contesto: ad esempio molto spesso i bambini percepiscono veramente dei dolori muscolari o dei malesseri che non gli permettono di effettuare un compito o di affrontare una situazione, ma in realtà sono solo delle costruzioni mentali automatiche e inconsce che permettono di attenuare il contenuto di frustrazioni dovute dalla necessità di dover effettuare un compito o un contesto non gradito. L’indisponibilità e il malessere sono quindi un meccanismo di difesa inconsapevole che permette al bambino di evitare il compito trovando un “alibi” che ha la sola funzione di abbassare il livello di frustrazione dovuto al fatto di non avere affrontato il compito. Quindi lavorare con tecniche specifiche per superare questi blocchi nei più giovani, risulta fondamentale.

L’allenamento alla visualizzazione e il miglioramento delle capacità dell’intelligenza visiva è quindi una risorsa fondamentale per la salute in generale, poiché il linguaggio simbolico della mente è fatto di immagini che spesso si fissano con esiti negativi nella mente. Tutto questo da vita ad una serie di problemi psicosomatici. Tutto questo non è altro che una visione del mondo costruita da una serie di immagini interiori che è, purtroppo per l’atleta, rimasta associata ad una serie di emozioni negative. Ma la risorsa per migliorare sta proprio nel problema stesso. Infatti tramite un lavoro specifico sulle immagini si può invertire questa tendenza e creare nuove associazioni emozione-immagine. Il binomio emozione-immagine e ciò che Damasio ha chiamato “marcatore somatico”, costruzione mentale assolutamente dinamica e soggetta a variazione. Il marcatore somatico è responsabile principale delle nostre scelte e dei nostri percorsi nella vita, ma è fondamentale comprendere che molto spesso possiamo essere noi a creare associazioni emozione-immagine, che possiamo lavorare su di essi e che possiamo non subire passivamente ciò che il nostro passato ha lasciato sulla nostra mente.